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la città smart . . .


berghem

Il governo intende lanciare un programma nazionale per lo sviluppo di “città intelligenti”, con un finanziamento previsto di circa un miliardo. Ma una smartcity non è semplicemente una città dotata di un sistema di comunicazione wireless. Nasce piuttosto dalla integrazione e condivisione di dati e servizi. È perciò vitale definire e promuovere un sistema multipolare, aperto e paritario che consenta a chiunque sia abilitato a farlo di interagire con gli altri agenti presenti. Attraverso un processo di elaborazione e standardizzazione che deve essere guidato dall’attore pubblico.
Il governo intende lanciare un programma nazionale per lo sviluppo di smartcity -“città intelligenti” -, finanziandolo con ingenti risorse: si parla di circa un miliardo di euro. Il tema e le risorse allocate sono certamente importanti e quindi è utile esaminare nel dettaglio cosa si debba intendere per smartcity, quali vantaggi questo tipo di iniziative possa indurre e come è bene investire le risorse.
COSA NON È UNA SMARTCITY
Spesso, il termine smartcity è evocato per indicare due tipologie di iniziative che, in realtà, non costituiscono il vero cuore del problema.
Una smartcity è più di una città dotata di un sistema di comunicazione wireless, così come un sistema ferroviario è più di un insieme di binari. Ovviamente, servono anche i “binari”, ma una smartcity non la si crea, per esempio, semplicemente attraverso progetti come le reti wi-fi cittadine: già oggi nelle città non manca connettività wireless, in particolare, quella 3G offerta dagli operatori. Certamente, maggiore connettività (gratuita o a basso costo) a disposizione dei cittadini potrebbe facilitare la diffusione e fruizione di certi servizi, anche se di fatto una rete wi-fi comunale fa del pubblico un operatore almeno in parziale concorrenza con gli operatori privati. Comunque sia, le reti wi-fi non sono un fattore che di per se stesso generi servizi innovativi o comunque diversi e migliori rispetto a quanto oggi è già disponibile: non apportano nulla di sostanzialmente nuovo o in reale discontinuità con la situazione esistente.
Allo stesso tempo, per rendere “smart” una città non basta immaginare singoli servizi evoluti per l’infomobilità, il controllo energetico, la sicurezza urbana e altri ad alto valore per il cittadino. Ovviamente, questi servizi sono molto utili e desiderabili, ma se concepiti come isole a se stanti, rischiano di non essere efficaci o addirittura irrealizzabili. Per esempio, per fornire servizi di infomobilità di valore è necessario pensare non solo a sofisticati sistemi di pianificazione e ottimizzazione dei flussi di traffico, ma anche e soprattutto a come raccogliere e integrare (in tempo reale o quasi) i tanti dati che sono indispensabili per realizzare queste funzioni di simulazione e calcolo: movimenti dei mezzi pubblici e privati, movimenti dei cittadini, stato dei lavori pubblici, operatività delle utilities (per esempio, la raccolta rifiuti) e tanti altri ancora. Se non ci fosse modo di raccogliere e organizzare questa molteplicità di informazioni, che servono per lo più in forma anonima o aggregata e quindi garantendo la privacy dei cittadini, anche il più sofisticato sistema di monitoraggio, pianificazione e controllo risulterebbe nei fatti inutile.
LE CARATTERISTICHE DI UNA CITTÀ SMART
L’esempio dell’infomobilità illustra chiaramente il problema che sta alla base della realizzazione di una smartcity: l’integrazione e la fruizione di dati e servizi scambiati da una molteplicità di attori pubblici e privati. È dallaintegrazione e condivisione di dati e servizi che possono nascere funzioni evolute. Perché la condivisione avvenga, è vitale definire e promuovere un sistema multipolare, aperto e paritario che consenta a chiunque sia abilitato a farlo di interagire con gli altri attori presenti nella smartcity. Per esempio, il sistema di infomobilità richiede lo scambio e l’integrazione dei dati delle utilities, delle municipalizzate, di singoli cittadini o di imprese quali le società di antifurto satellitari che possono fornire utili informazioni sui flussi di mezzi privati.
COSA SERVE PER CREARE UNA SMARTCITY?
Lo snodo essenziale per far sì che ci siano servizi a valore aggiunto per i cittadini è quindi non solo assicurarsi che vi sia una connettività diffusa wi-fi o 3G (condizione necessaria), ma anche e soprattutto definire un modello di cooperazione e di scambio di dati e informazioni tra una molteplicità di sistemi informativi, dispositivi e applicazioni. È la disponibilità e la messa in esercizio di questo modello che rende realmente possibile lo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto e, quindi, “smart”.
Dal punto di vista tecnico-organizzativo, si tratta di promuovere open data e, soprattutto, open services, così come previsto, per esempio, nell’ambito del progetto promosso da Confindustria, Camera di commercio, Assolombarda, Confcommercio, Unione del commercio e società Expo 2015.
Questo tipo di approccio non nasce casualmente o in modo spontaneo, ma si fonda su una visione architetturale, tecnologica e metodologica unitaria che deve essere accettata e adottata da tutti i potenziali attori presenti sul territorio. Tale visione è il risultato di un processo di elaborazione e standardizzazione che deve essere necessariamente guidato dal pubblico in concertazione con le imprese private e con i fornitori delle tecnologie abilitanti. Ciò che è richiesto, quindi, è una accorta e illuminata governance che coordini e integri i lavori dei diversi attori coinvolti. In un paese come l’Italia, è questo il maggiore “costo” e, di conseguenza, ostacolo alla realizzazione di una smartcity.
Lo sviluppo delle smartcity è senza dubbio una priorità importante per il paese. Bisogna peraltro prestare attenzione agli snodi critici da affrontare affinché il programma possa realmente portare i vantaggi che potenzialmente è in grado di offrire. Non si tratta in prima battuta né di pensare a isolati investimenti in reti wireless, né dello sviluppo di singole applicazioni più o meno esoteriche, ma incapaci di dialogare tra loro. Il passaggio chiave è la costituzione di un “sistema nervoso” di comunicazione e controllo che permetta lo scambio e la integrazione di dati e servizi. È grazie a questo sistema nervoso che gli investimenti in reti o applicazioni possono trovare completa valorizzazione, sviluppandosi efficacemente e in modo pienamente sinergico a servizio di una vera città “smart”.

ama . . .

ora


ama ! ! !
ama con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto ciò che hai da dare . . .
e non pensare a niente altro . . .
non farti problemi se è giusto, se è sbagliato, se l’amore è inopportuno, se chi c’è dall’altra parte pensa chissà cosa di te . . .
ama ! ! !
è l’unica cosa per la quale vale la pena di vivere . . .
anche se è un amore non ricambiato, anche se l’amore che provi ti fa versare lacrime amare . . .
ma tu non tirarti indietro . . .
ama e basta . . .
ama come ami un cane, un gatto, senza chiedere loro affetto in cambio al tuo amore . . .
ama come ami una persona cara, senza aspettarti niente in cambio . . .
ama come ami un malato che curi con mille attenzioni, senza chiederti se sopravviverà per poterti ringraziare . . .
ama come ami Dio, senza chiedere che esaudisca le tue preghiere, le tue richieste . . .
ama come ami qualsiasi persona che vuoi amare, indipendentemente dal suo sesso, dalla sua razza, dalla sua religione, perchè l’amore non può essere rinchiuso entro dei confini, non può essere ingabbiato dentro alcuna regola . . .
qualcuno ha pagato con la vita il proprio sentimento d’amore . . .
qualcuno ha cambiato paese e la sua stessa esistenza per amare . . .

ama la vita, ama i tuoi genitori, ama i tuoi figli, ama i tuoi amici; ama chi vuoi . . .
non importa se chi ami non ricambia il tuo amore . . .
certo è bello, bellissimo, amare ed essere amati . . .
ma se non avviene, ricordati che non puoi estirpare l’amore che provi per chi è dall’altra parte, come se fosse un’erba selvatica . . .
per togliere l’amore dal tuo cuore avresti bisogno di un bisturi, avresti bisogno di tagliare un pezzo di cuore, avresti bisogno di strappare il cuore dal petto . . .
non è possibile e lo sai, lo sappiamo tutti . . .
l’amore è l’unica buona ragione per la quale vale la pena vivere . . .
e allora coltiva il tuo amore come se fosse una pianta, che vuoi far crescere perchè ti piace vederla sbocciata . . .
cura una rosa con amore, non perchè ti debba dare indietro amore, ma perchè tu disinteressatamente la curi affinchè cresca e fiorisca . . .
ricordati che amare vuol dire dare, senza chiedere niente in cambio . . .
questa è la sublimazione dell’amore: nessun preconcetto, nessuna strategia, nessun baratto . . .
ti dò amore, in cambio voglio amore: che pensiero squallido . . .
ti dò amore, in cambio non chiedo niente . . .
ti amo anche se tu non mi ami, perchè il solo pensiero di amarti mi fa bene al cuore, mi fa sentire vivo . . .
ti amo in modo disinteressato, semplicemente perchè voglio amarti . . .
ti amo anche se non ascolterai mai le mie parole, perchè non le dico per far piacere a te, ma perchè mi piace farle nascere nel cuore e uscire dalle mie labbra . . .

ma cos’è la vita senza l’amore ? ? ?
senza un battito del cuore ? ? ?
senza una parola dolce, un pensiero d’amore da dedicare a qualcuno ? ? ?
è essere aridi dentro . . .
e non avere un terreno nel quale piantare e fare crescere un fiore . . .
è essere morti, anche se camminiamo . . .
non ha senso vivere senza la ricchezza che ci può dare l’amore, senza le emozioni che l’amore fa crescere in me . . .
guardo il sole al tramonto, mi regala emozioni; provo amore per chi mi ha permesso di assistere a quello spettacolo . . .
ricevo un abbraccio da qualcuno, una parola di conforto, un bacio; sensazioni talmente belle che provo amore verso chi me le dona . . .
amo una persona, non sono ricambiato ? ? ?
ma quella persona mi regala lo stesso delle emozioni: mi batte il cuore quando la vedo, quando mi capita di sentire la sua voce, semplicemente perchè esiste ed è parte della mia vita . . .
e allora perchè non dovrei amarla semplicemente per ciò che mi trasmette e mi fa gioire, fosse solo anche per un istante ? ? ?
l’amore vero vuole solo dare . . .
forse è il caso di iniziare ad aprire il cuore, ad amare senza chiedere niente in cambio . . .
l’amore prima ancora che agli altri fa bene a noi stessi . . .
sempre che nasca dal cuore e non dalla testa . . .
l’amore risiede nel cuore, non nel cervello . . .
le scelte che si fanno per amore, compreso l’affrontare i dolori per amore, si fanno con il cuore e non con la testa . . .
altrimenti diremmo “e chi ce lo fa fare?” . . .
invece no! io voglio amare e basta . . .
non importa cosa ottengo in cambio, non mi interessa: è l’ultimo dei miei pensieri . . .
voglio amare perchè solo così mi sento vivo . . .
voglio dare, senza chiedere niente in cambio . . .
voglio accarezzare il mio cane, anche se non mi fa le feste . . .
voglio aiutare qualcuno che ha bisogno, senza aspettarmi neanche un grazie . . .
voglio avere un parola di conforto, anche se quando avrò bisogno io quella persona non mi starà vicino . . .
non importa . .

e allora amo . .
e tu ama ! ! !
amiamo, per il semplice gusto di sentire il cuore che batte . . .
senza altro motivo, in modo disinteressato . . .
ama perchè hai del sentimento dentro, hai un fiore da far sbocciare . . .
e non importa se poi la grandine spezza il tuo fiore . . .
non importa se al tuo amore non corrisponde amore . . .
se dovessi pensare a come amare il tuo cuore non sarebbe libero, ma sarebbe prigioniero della ragione . . .
e allora ama ! ! ! e non pensare a niente altro . . .

L'architettura non è un Martini Cocktail . . .

archmartini


Prendo spunto per il titolo del post dalla copertina del libro di Giovanni Longobardi edito da Mancosu, questo testo raccoglie tutti gli aforismi dei maestri dell’architettura moderna tra i quali, appunto:
“L’architettura non è un Martini Cocktail”
(Ludwig Mies van der Rohe, 1964)
Lo scopo di questo mio pensiero è quello di generare una riflessione sul significato della figura dell’architetto; spesso l’architetto è considerato come quel professionista in grado di fornire dei consigli di stile; riviste di arredamento e programmi televisivi ci hanno abituato a vedere l’architetto come colui che è in grado di abbinare il colore delle tende al divano di design di ultimo grido ma purtroppo non è così (anche se senza alcun dubbio l’architetto è dotato di buon gusto).
Probabilmente peccherò di presunzione ma io considero l’architetto come una figura con una grande responsabilità nei confronti della società, per me l’architettura è quella disciplina che permette all’uomo di intervenire nell’ambiente in cui vive e di trasformalo secondo i propri bisogni,  l’architettura è la testimonianza concreta ed indelebile della società. Quando si visitano luoghi nuovi non si manca mai di visitarne le aree archeologiche e, grazie a questi siti, siamo in grado di comprendere il passato delle civiltà preesistenti, questo perché i luoghi, e il modo in cui sono stati trasformati e generati dall’uomo, raccontano la storia di chi li ha abitati. Tutto questo è valido soprattutto nell’epoca attuale, probabilmente gli antichi non ne avevano conoscenza e costruivano solo per rispondere a delle esigenze pratiche ma oggi noi abbiamo acquisito questa consapevolezza; quindi quando un architetto si confronta con un nuovo progetto non deve rispettare solo i vincoli dettati da altezze, superfici e volumi ma deve soprattutto comprendere il contesto e comprendere come integrare il proprio progetto con questo, ed è proprio questo processo che distingue l’edilizia dall’architettura.
È sempre esistito un confronto/contrasto tra architetti e ingegneri e trovo che sia una visione miope considerare l’architetto come un ingegnere in grado di effettuare migliori scelte “estetiche”, io le considero due figure essenziali e completamente diverse che trattano temi comuni e che si completano l’una con l’altra nelle diverse discipline.
Per me un progettista deve avere la consapevolezza che ogni suo intervento resterà a imperitura memoria sia positivamente che negativamente e racconterà la società contemporanea al suo progetto e, visto che il post si è aperto con un aforisma, cito un altro maestro del passato che aveva ben compreso tutto ciò:
“Il medico può seppellire i propri errori, ma un architetto può soltanto suggerire ai propri clienti di piantare dei rampicanti.”
(Frank Lloyd Wright)

dove cavolo sto andando . . .

Pasted Graphic 1


come tutti mi chiedo dove cavolo sto andando
perché certe scelte e perché certi errori
perché così e non come avevo previsto?
perché sto male quando vorrei stare bene?
e perché c’è la nebbia quando invece vorrei il sole?
chi è che decide come vanno le cose?
chi è che sceglie per me?
ci sarà pure un senso in tutto
o forse no, un senso non c’è
almeno adesso, quando le cose accadono; non capisco il senso e non capisco il perché
ma forse non c’è niente da capire e niente da spiegare
sì . . . e se il segreto fosse nel fatto che basta farci seghe mentali perché è ora di iniziare a vivere?
io sono un ex campione mondiale, anzi intergalattico di seghe mentali
solo che a forza di chiedermi perché e percome mi perdevo il gusto delle cose
basta, basta, basta . . .

basta pensare
oddio, non è che sia così facile: penso che non dovrei pensare; quindi sto pensando
no, caro mio . . . io mi concentro su ciò che faccio, lo vivo; così non penso
e se mi viene da pensare, mi dico che sto pensando, che non va bene e che devo prestare attenzione a ciò
che sto facendo
il pensiero se ne va ed io continuo a fare, disfare, godere, soffrire . . . insomma, vivere!
e se mi chiedi che ne sarà domani, ti rispondo che non lo so; so solo che non so se ci sarò domani e quindi
vale la pena di prestare attenzione a ciò che faccio oggi, anzi ora

ma dove sto andando?
e che ne so?
a volte mi sembra di essere in balia degli eventi
mi sembra di essere trascinato dalla corrente, come se fossi una barchetta di carta
ma non so mica dove sto andando
di una cosa sono certo: sto cercando di vivere
con le gioie ed i dolori
sarebbe bello ci fossero solo le prime, ma questo mondo l’hanno fatto così
i dolori insieme alle gioie
e allora se capisco che non posso essere sempre felice, i dolori mi faranno meno male
e se capisco che non posso stare sempre male, quando provo una gioia la godo molto di più
ma non mi chiedere dove sto andando, perché non lo so
te lo dirò dopo che avrò vissuto
e se mi sarà rimasta un po di ragione, forse allora capirò perché le cose sono andate così

però, a pensarci bene, quante illusioni in nome del voler stare bene, del dipingere il mondo a toni pastello
poi scopro che ci sono i toni di grigio, fino al nero
e che cavolo… nessuno me l’aveva detto
perché? percome? qual è la ragione? qual è il senso? chi ha deciso per me?
e se a me non stesse bene?
ma stare bene cosa?
che chi ti è amico magari un bel giorno ti volta le spalle?
che chi riceve una mano non è neanche capace di dire grazie?
che se una persona ti ama non salterebbe nel fuoco per te, come tu faresti al suo posto?
che, che, che . . .
quanti discorsi inutili, giusto per farsi belli con le parole
ma va, non mi ci far pensare, che l’importante è capire che viaggio sto facendo, dove sto andando con la mia
barchetta di carta
capire? ecco ci risiamo . . . capire, pensare, gestire, organizzare la vita
machissenefrega!
non ci voglio pensare, non voglio sapere, voglio scoprire giorno dopo giorno
e voglio viverlo questo viaggio
con la consapevolezza che non ho niente di diverso dagli altri, niente di più, niente di meno

io, come tutti, sono unico nel mio modo di essere
e sono una barchetta di carta come tutte le altre, come tutti gli altri
ognuno con i propri problemi, le proprie gioie, i propri dolori
solo una cosa ho capito: che siamo tutti uguali
ma non chiedermi dove sto andando, perché non lo so
so solo, perché me l’ha detto un caro maestro zen, che “siamo tutti immersi nello stesso mare” . . .





te la passi bene tu, bella la tua vita . . .



leone


"te la passi proprio bene tu, bella la tua vita… sei un privilegiato, un fortunato. sei nato con la camicia”
è vero, sono un fortunato, un privilegiato, ma non perché a me vanno tutte bene le cose che faccio o perché mi viene tutto facile, anzi
tante porte sbattute in faccia, tanti dolori, tante delusioni che un giorno una persona mi ha detto “certo che tutto ciò che le è capitato avrebbe steso chiunque . . . ”
no, la mia vita non è di quelle semplici, regolari, che studi, trovi lavoro, ti metti con la compagna di banco e ci fai famiglia
una bella casetta, figli, il solito tran tran
no, no e no . . . non è andata così ed ora che ne sono consapevole me la godo ancora di più

“ho camminato per strade sai . . . ho fatto cose che non avrei dovuto . . . ho visto cose fantastiche . . . ho avuto donne bellissime . . . standing ovation…”
io sto attaccato alla vita, come un bimbo sta attaccato al capezzolo della mamma e gode a succhiare di quel liquido che lo nutre
io sono così: sto attaccato al capezzolo e godo a vivere intensamente delle cose che ogni giorno mamma vita mi regala
mi nutro, mi riempio la bocca, gusto il sapore, respiro l’odore, tocco con mano cosa vuol dire vivere
perché la vita è un attimo e perché la vita finisce in un attimo, in un respiro, l’ultimo
l’ho visto quell’ultimo respiro
cinquanta e passa anni vissuti fra architettura e politica, lavori in africa lontano dalla famiglia, una fortuna realizzata e poi spazzata via; e mille altri episodi, mille altre emozioni, sensazioni, gioie e dolori
un ultimo respiro, sotto ai miei occhi, un respiro più profondo degli altri
e tutto che finisce
assisto impotente allo spettacolo della vita che se ne va e realizzo che – breve o lunga che sia – la vita finisce con un respiro, che racchiude tutto il vissuto
rimango meravigliato di questa scoperta al punto che quel momento non è un momento triste, ma è un momento di gioia
perché in quel momento imparo a vivere con consapevolezza
con chiaro in mente che intendo arrivare a quell’ultimo respiro avendo vissuto . . . magari con rimorsi, di certo mai con rimpianti
e quell’ultimo respiro deve valere una vita piena

e se fosse che questa mia consapevolezza è frutto dell’emozione del momento ?

in fondo ho sempre vissuto amando la vita
il dubbio svanisce definitivamente quando mamma vita mi fa assistere ad un secondo ultimo respiro
che si porta dietro un amore vissuto in solitudine per quarant’anni, un amore mai dimenticato; purtroppo mai più rivisto . . .
un amore così grande e così profondo . . .
e via, l’ultimo respiro che racchiude una vita difficile, quella sì davvero, passata ad amare un figlio, a farsi il mazzo per tirare avanti la famiglia

allora è proprio così: tutto è racchiuso in quell’ultimo respiro
è stato così per quelli che ho visto, ed ho capito
la differenza è che ora mi attacco al capezzolo e sento il sapore del latte che bevo, lo assaggio, lo degusto
prima bevevo, ma ero un po’ superficiale
anche se di cose ne ho viste e fatte tante, ora continuo a vivere in modo pieno, ma consapevole

“ho camminato per strade sai . . . ho fatto cose che non avrei dovuto . . . ho visto cose fantastiche . . . ho avuto donne bellissime”
sì sono nato con la camicia, perché ho vissuto e poi ad un certo punto mi si sono aperti gli occhi, mi si è messo in moto il cervello
è come se avessi capito tutto! è come se la poppata fosse piena di nutrimento
e pensare che – anche se ho sempre amato la vita – una volta ho pensato di gettarla via, perché non riuscivo più a sopportare le conseguenze di ciò che avevo fatto
sai com’è . . .
non trovi una via d’uscita, ti sembra di essere il peggior uomo del mondo, il più schifoso, una vera e propria merda
in più qualcuno ti dice che meriti solo di morire per ciò che hai fatto
e allora stai fermo ore in una piazzola di sosta dell’a7, poco fuori una galleria, a pensare che la cosa più semplice da fare sarebbe quella di smettere di vivere
però la mano non ce la fa ad aprire lo sportello per uscire
e da lì inizia una nuova vita

le cose vanno come devono andare . . . le lascio andare!
ma tutto ciò che vedo – un tramonto, le onde del mare, la luna, un campo di girasoli, un falco che si fa trasportare dal vento – lo godo fermandomi a guardare, perché non voglio arrivare a quell’ultimo respiro dicendo a me stesso che non ho vissuto perché non ho avuto tempo di ammirare certi spettacoli
e tutto ciò che gusto, che tocco, che annuso, che ascolto cattura la mia attenzione, fosse anche solo per un istante
non voglio perdere neanche una goccia di quel latte che sgorga, giorno dopo giorno, dal capezzolo di mamma vita

ho visto centinaia di posti sparsi in giro per il mondo, ma ancora mi sorprendo a vederne di nuovi: non mi è passata la curiosità
ho fatto tutto ciò che mi è capitato di fare, ma ho ancora voglia di fare, di intraprendere, di costruire, di realizzare
ho amato e sono stato ricambiato, ma non ho mica intenzione di mettere il cuore nel frigo
ogni singolo momento, ogni istante, ogni attimo può regalarmi una gioia: ritrovare un amico, ascoltare una musica, cavalcare una moto, baciare una donna e mille e mille altre emozioni

ma la vita, il latte che esce, a volte può essere amaro ed andare di traverso
perché la vita è fatta così, non posso pensare che vada sempre tutto bene, che sia tutto così come vorrei io
e allora? quando non va come dovrebbe andare, che faccio?
ho imparato a vivere il dolore, a piangere, ma senza pensare perché mi è capitata questa cosa
non c’è bisogno di pensare tanto, esiste una sola risposta: è la vita, bellezza
queste sono le regole del gioco
impara a godere di ogni singola gioia ed impara a soffrire per ogni singolo dolore
so che non posso avere solo gioie e che mi aspettano anche dolori, alcuni già vissuti ed altri che arriveranno
mi preparo consapevolmente, perché la vita è una ruota che gira, è come essere su una giostra: bellissimo il vortice di emozioni, ma a volte ti fa girare la testa, qualche volta ti dà il vomito
questa è la vita
e siccome non voglio rimproverarmi niente, vivo la vita, succhio il latte, piango le lacrime

il tutto in modo consapevole, così che anche i dolori assumono un sapore dolce, perché mi hanno fatto crescere, maturare e – soprattutto – non sono stati capaci di spezzarmi

la mia vita è bella perché ho imparato a non vergognarmi di dire le cose
è bella perché amo senza chiedere niente in cambio
è bella perché godo per il calore di un raggio di sole come per quello di una notte d’amore
è bella perché anche se mi devo sempre fare il culo alla fine ne vengo fuori, e spesso bene
è bella perché sono sano e abbastanza intelligente da capire come vivere
è bella perché quando vedo una cosa che non mi convince o mi piace tanto mi chiedo… perché no?
è bella perché qualcuno ha pensato a me ed ha voluto che provassi tutte queste emozioni, sia positive che negative, facendomi un meraviglioso regalo
è bella perché la camicia con la quale sono nato era di seta, mentre ad altri è toccata di flanella pesante e qualcuno è nato addirittura nudo
è bella perché ho imparato a viverla come va bene a me, cercando di rispettare gli altri e di non far loro male, anche se a volte può comunque succedere

e mentre continuo a succhiare avidamente dalla tetta di mamma vita, mi rendo conto di essere davvero – nonostante ciò che di negativo e doloroso può essere successo – fortunato, di essere un privilegiato
al punto che se dovesse esistere un’altra vita dopo questa, o mi garantiscono che sarà ancora più bella o non se ne fa niente: tante grazie, ma mi fermo qui
perché la mia vita, questa vita, è fantastica e non vorrei ritrovarmi a viverne una peggiore . . .

come abbiamo fatto a sopravviere . . .

COME ABBIAMO FATTO A SOPRAVVIVERE NOI BAMBINI DEGLI ANNI 50 - 60 - 70 ?

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1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile
9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia - si, anche con il papà
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi
11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare
12.- Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi , televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet … Avevamo invece tanti AMICI
14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno
17.- Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità … e imparavamo a gestirli
La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere? E a crescere e diventare grandi?

Bergamo . . . Berghem . . .

Bergamo è una città antichissima, più antica di Milano e Brescia, per dire.

Bergamo Alta

Bergamo neve

berghem

bergamo

La sua storia è strettamente vincolata a quella degli Orobi, una popolazione protoceltica golasecchiana legata alla Cultura bronzea di Hallstatt.

Tale Popolo irruppe da Nord in epoca preistorica e si attestò tra Como e Bergamo fondando proprio la città lariana, Lecco, Bergamo e l’antica Parra/Barra, oggi Parre in Val Seriana che era un po’ la loro capitale e il cui toponimo pare derivare da una voce celtica indicante il paiolo.

Bergamo fu fondata da essi e pian piano divenne la loro città precipua anche perché le Terre al di là dell’Adda furono invase e colonizzate dagli Insubri, popolazione sorella degli Orobi od Orumbovii.

L’etnonimo orobico non c’entra nulla col greco, anche se sfiziosa è l’ipotesi che significhi “abitanti delle montagne” proprio come i moderni Bergamaschi che alcuni cliché vogliono montanari, contadini e muratori; l’etnonimo orobico è una voce indoeuropea che dovrebbe significare “abitatori sulle acque”, e dunque palafitticoli.

Effettivamente tra Como e Bergamo di acqua non ne manca di certo. Ma questi Orobi non erano stretti solo in quest’area: il toponimo Oropa, in provincia di Biella, la dice lunga.

Quanto gli Insubri gli Orobi amavano laghi, fiumi, corsi d’acqua, e poi naturalmente i monti.

Bergamo fu dunque fondata in epoca bronzea dagli Orobi che le diedero un nome schiettamente celtico ed indoeuropeo, comprovato non solo dall’origine del Popolo in questione ma anche della conformazione della stessa città di Bergamo e del suo nucleo originario.

Bergamo, è risaputo, consta di un nucleo antico, storico, posto su dei colli, e di un nucleo moderno al piano; tipica pratica ariana era quella di erigere cittadelle, rocche, sulle alture, di fortificarle, e di dominare così l’abitato e i dintorni per meglio avere tutto sotto controllo, ma sicuramente anche per questioni religiose legate al culto indoeuropeo del sole, del cielo, dell’anima che si libra dal corpo una volta morto, tramite cremazione.

Quali migliori condizioni dunque per assegnarle un nome squisitamente ariano legato alla classica radice indoeuropea bherg- che significa “colle, altura, monte” unito al celto-germanico hem/hom/heim che sta per “casa, Patria”?

Con tutta probabilità il nome originale di Bergamo non fu affatto distante dalla versione vernacolare “Berghem” e diverse sono le pezze d’appoggio di tale tesi.

Oltre all’origine etnica degli Orobi, alla tradizione difensiva degli abitati fortificati posti in luoghi elevati, al dato linguistico, abbiamo la collocazione geografica della stessa Bergamo che si ritrova circondata da toponimi simili al suo come Brianza, diversi Berzo, Breno, Cimbergo, Brescia e così via; verso Est troviamo anche alcuni toponimi cimbri come “Perghem” (che è anche un cognome) che indicano colli e monti e nello stesso Trentino ritroviamo tali etimologie; in area celtica iberica, transalpina e a cavallo tra Francia e Germania, ma pure in Scandinavia, ci sono toponimi assai simili se non uguali a “Berghem” ed è soprattutto il caso di Olanda, Germania, ma anche Svezia, e non è certo da escludersi che le parole “berg” ed “heim” dal celtico siano passate al germanico come sovente è accaduto in altri casi, ove i Germani si sono stanziati in territori già celtici.

Inoltre una suggestiva curiosità. Come spesso accade la denominazione di una città è legata a dei, idoli, miti appartenenti al Popolo che la fonda; ebbene pare che Bergamo possa avere un legame con il dio celtico dei monti Bergimus il cui etimo è palese: “abitatore dei monti”.

Tale dio era adorato in Val Camonica e nel Bresciano, ove sono state trovate delle are a lui dedicate, mentre pare che Brescia debba il suo nome o al celtico brig-, “altura” oppure direttamente alla famosa dea matronale celtica Brigantia.

Ma forse questo è più il caso della Brianza.

Qualche cocciuto classicista malato di Greci e Romani vede in Bergamo il greco “pergamon” che significa “rocca” ma è chiaro che quanto bherg- abbia lo stesso significato indicante un’altura fortificata.

Popolazioni grecofone comunque a Bergamo non misero piede.

Altri sciammanati leggono nel toponimo bergamasco un’improbabile origine etrusca legata alla voce nientemeno che accadica (!) “parakkum” ossia “posto in alto” ma qui si sta davvero esondando nel ridicolo, a mio avviso anche perché gli stessi Etruschi seppur anatolici pare parlassero un idioma anatolico indoeuropeo.

E comunque gli Etruschi non fondarono né denominarono la nostra città.

Da Berghem, o simili, preservato dai Galli storici, gli Insubri, o meno probabilmente i Cenomani, si è dunque passati al latino Bergomum che al disfacimento dell’Impero ha lasciato il posto al riemergente Berghem poi sicuramente corroborato dal gotico Bairgam e dal longobardo Bergheim/Pergheim, tutti toponimi dal significato similare.

C’è proprio una deliziosa continuità tra la voce originale protoceltica, poi gallica, e le versioni germaniche che in bocche nordiche saranno proprio risuonate come le varie Bergheim (ma anche Berghem!) disseminate in Austria, Germania, Olanda, Fiandre, Svezia, Scandinavia.

E così, ancor oggi noi Bergamaschi chiamiamo la nostra città Berghem, mentre i milanesi rifacendosi al latino la chiamano Bergum (scrivendo “Bergom” ), i Tedeschi a volte Bergen (in cui berg- assume il significato anche di celare, nascondere, proteggere, derivato dalle possenti fortificazioni che cingevano e cingono la città vecchia), mentre i Toscani Bergamo che al solito è una sciocca corruzione stile Tolomei.

Pensate a quanti toponimi ed antroponimi poi divenuti cognomi l’italianizzazione ha beceramente storpiato rendendo una voce ariana, nordica, celtica o germanica, una rimasticatura latineggiante volgarmente della voce originale!

L’occupazione tricolorita passa anche e soprattutto per queste cose, assieme all’inquinamento del Sangue lombardo.

E pensate anche all’abbietta tattica italo-romana di farci credere dal Brennero a Lampedusa tutti figli di Latini, Etruschi e Greci, per convincerci malamente di essere un unico popolo, un’unica nazione, quando invece non siamo fratelli nemmeno tra Lombardi e Veneti o Liguri!

Questo è oscurantismo signori, non le sacrosante ragioni del Lombardesimo fatte proprie dal Movimento Nazionalista Lombardo che si batte per la Verità e la riscossa della sopita Identità lombarda soffocata da secoli di sofismi italiani esclusivamente basati sulla cartapesta romana e sulle storture mentali di gente tipo Dante o Machiavelli.

Riconosco l’apporto positivo della latinità alla nostra Cultura di sostrato ma di qui a dire che siamo latini, romani, italiani, ne passa; ragionando in questi termini mezza Europa è italo-romana dunque come più volte ho detto!

Cerchiamo di essere onesti e di non lasciarci intossicare dalle ideologie di cartapesta che affondano le proprie sordide radici nel Risorgimento e nel giacobinismo.

Noi Bergamaschi siamo protoceltici, gallici, gotici, longobardi, siamo Lombardi, e basta.

Non siamo italiani, romani, padani, svizzeri, austro-ungarici, veneti o chissà quale diavoleria.

Come il resto dei Lombardi, soprattuto cispadani (rispetto a Milano) siamo una schiatta celto-germanica, gallo-longobarda, culturalmente romanica e cristiana, in parte però, perché tracce della Cultura dei nostri padri si evincono negli usi e costumi, nelle tradizioni e soprattutto nella lingua.

Noi Lombardi siamo come i Francesi, prima Celti poi Germani, spolverati di latinità, ma questo non fa certo di noi continentali, mitteleuropei, alpino-nordici e cromagnoidi Lombardi dei fratelli dei Mediterranei di estrazione autoctona o italica o greca che abitano la penisola italiana.

Basta oscurantismo e basta perbenisimo romanista e italianista! Ridiamo splendore alle nostre origini e alla nostra Razza, lo dobbiamo ai nostri Padri, alla nostra Terra, alla nostra luminosa natura antica.




I sogni son desideri . . .

I sogni son desideri

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Ma anche no.
Cioè, almeno certi sogni.
Che ero in vacanza a nonsodove nonsoquando, in una specie di agriturismo.
E già non ci siamo, che io mi smarono a passare una vacanza in luoghi ove non ci sia almeno uno scorcio di mare.
Ordunque, ero in questo sito aulico e qualcuno ha proposto una passeggiata che io ho accettato, pure con un entusiasmo che non mi appartiene.
Mentre si passeggiava con questa comitiva improvvisata, arriva quello che ho identificato come il mio capo nerd, in abbigliamento anni 30, a bordo di una vettura anni 50 con qualche problema all'impianto frenante.
Riesce a concludere la sua corsa contro un pullman messo di traverso e mi invita a salire per accompagnarmi a casa.
Temendo per la mia vita, rifiuto cortesemente ma mi comunica di stare tranquillo che tanto la vettura è dotata di doppia pedaliera e che schiacciando il freno entrambi non si corre nessun rischio.
Mi accompagna, quindi, presso un bosco bellissimo.
Lo saluto e mi avvio.
Piove e io indosso solo un k-way dalla portentosa capacità di ripararmi da qualsiasi intemperie.
Indosso stivali da pioggia colorati.
Un sacco di gente deve attraversare un portone (che in un bosco mi sa tanto di Alice nel paese delle meraviglie).
Entriamo e quasi perdiamo l'equilibrio.
Ci si ritrova tutti, donne, bambini, ragazzi, in una pozzanghera immensa che arriva alla cintola.
Ma, miracolosamente, l'acqua non entra negli stivali e neppure mi bagna.
Alla fine mi sveglio perchè sento la presenza di qualcuno accanto a me.
Ometto i particolari di questa parte perchè sono incapace di scrivere racconti erotici.
Diciamo che è stata quella più divertente.
E siccome a me inception mi fa una pippa, finalmente mi sveglio davvero, solo, nel mio lettone.
L'unica ammissione doverosa è che ieri effettivamente, ho mangiato un po' meno leggero del solito, ma nulla che potesse far presagire a tanto.
Non oso immaginare cosa sarebbe potuto succedere se avessi divorato una peperonata.
Credo che rimarrò con la curiosità, che forse è meglio.

paella . . .

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Ingredienti per venti persone

* 750 grammi di pollo;
* 1,5 chilo di riso Carnaroli;
* 300 grammi di chorizo (la salsiccia piccante);
* 400 grammi di salsiccia;
* una fetta di pescespada o di tonno (un paio d'etti circa);
* 20 gamberoni o mazzancolle o scampi completi della testa, a vostra scelta;
* 500 grammi di cozze;
* 500 grammi di vongole veraci;
* 2 peperoni di cui uno rosso e l'altro verde;
* 250 grammi di piselli (peso senza buccia);
* 500 grammi di pomodorini;
* 250 grammi di fagiolini verdi (cornetti);
* due arance per la decorazione;
* un limone
* una manciata abbondante di pistilli o stimmi di zafferano;
* prezzemolo;
* un bicchiere di vino bianco;
* olio extravergine di oliva;
* sale fino e grosso.

Lasciate per tre ore le cozze e le vongole in due pentole separate, con una manciata di sale grosso. Poi scolatele, buttate quelle aperte e raschiate forte le cozze, togliendo il filamento che esce (bisso) strappandolo con forza tenendo chiuse le valve. Mettetele via al fresco o continuate a tenerle in acqua salata.
Mettete in una padella i peperoni tagliati alla julienne (grossa, pero) soffriggendoli brevemente con poco olio extravergine di oliva ed aggiungendo poi un bicchiere d'acqua ed un pizzico di sale fino. Lasciateli andare almeno mezz'ora. Devono perdere la rigidità, senza diventare troppo flosci. Aggiungete un po' d'acqua se dovesse servire, per ridurla definitivamente a fine cottura. Conservate i peperoni in una ciotola.
Pelate a vivo le arance, tagliatele a ruote ed ogni ruota in due. Conservate in una ciotola per la decorazione.
In una grande pentola piena d'acqua bollente con una manciata di sale, buttate i piselli e fateli scottare per 5 minuti, meglio meno, non di più. Prelevateli con un ragno (l'enorme mestolo a rete dei cuochi, spesso usato per la frittura) e buttateli in una seconda pentola con acqua freddissima (se lo avete, mettete anche del ghiaccio). Scolateli e poneteli in una ciotola.
Nella stessa pentola di acqua ancora bollente, buttate i fagiolini privati delle estremità e lavati. Sbollentateli per 10 minuti, poi prelevate anche questi col ragno e versateli subito nella seconda pentola con l'acqua ghiacciata. Scolateli e conservateli in una ciotola.
Ancora nella pentola di acqua bollente, buttate i pomodorini dopo aver fatto una piccola incisione con uno spelucchino (il coltello piccolo). Lasciateli 3 minuti o comunque finché non vedete che la pellicina esterna comincia a staccarsi. Prelevate anche questi col ragno e buttateli nella solita seconda pentola di acqua freddissima. Lasciateli raffreddare per non farvi male, poi completate il distacco della pellicina. Rimuovete con lo spelucchino la parte dell'attaccatura del pomodorino al ramo, quindi tagliateli in due e conservateli nell'ennesima ciotola.
Conservate al caldo il brodo che si sarà formato nella prima pentola, per aver sbollentato le verdure.
In una larga padella a saltare in alluminio ponete due cucchiai di olio extravergine di oliva, un po' di prezzemolo tritato, un mezzo bicchiere d'acqua, un pizzico di sale fino e le cozze. Mettete un coperchio e fate cuocere per cinque minuti. Le cozze si apriranno. Appena le vedete cambiare colore verso l'arancio, riducete il liquido, private le cozze delle valve salvo una ventina, conservatele in un contenitore sufficientemente grande.
Nella stessa padella buttate le vongole e ripetete l'operazione descritta per le cozze. Se serve aggiungete un cucchiaio d'olio, un po' di acqua ed il prezzemolo. Riponete le vongole e conservate il liquido di cottura in un bicchiere.
Ripulite grossolanamente la padella (o cambiatela) e scottatevi con un cucchiaio d'olio extravergine di oliva il pescespada tagliato a pezzetti. Aggiungete un mezzo bicchiere d'acqua, il prezzemolo ed un pizzico di sale fino. Bastano cinque minuti per perdere il rosa caratteristico del pesce crudo. Toglieteli dalla padella e conservateli in un contenitore. Il liquido rimasto aggiungetelo a quello delle cozze e delle vongole.
In una seconda padella dorate in poco olio il pollo tagliato a pezzetti, con un pizzico di sale fino. Riponete il pollo su un piatto.
Tagliate a rondelle il chorizo e mettetelo via. La salsiccia, invece fatela a pezzettini irregolari con le mani, rimuovendo la sacca esterna. Scottatela un istante nella padella in cui avete cotto il pollo, con pochissimo olio. Conservate in una ciotola.
Ripulite ancora la padella e scottatevi i crostacei (io ho usato le mazzancolle) per cinque minuti con pochissimo olio extravergine di oliva. Da scuri diverranno del loro bel colore arancio, toglietele dalla padella, tagliate antenne e filamenti e riponeteli su un piatto.
In un misurino ponete il liquido residuo della cottura dei mitili e del pesce, allungatelo sino ad un litro e mezzo con il brodo rimasto della sbollentatura delle verdure, ancora caldissimo.
In un bicchiere aggiungete ad un po' dell'acqua calda della pentola, gli stimmi di zafferano e girateli un po' per colorare l'acqua.
Accendete il forno e regolatelo a 200 gradi con la ventilazione forzata. Preparate una larga casseruola bassa in rame stagnato o in rame con l'acciaio all'interno o l'apposita teglia o tegame per la paella. Deve essere più grande possibile, ovviamente non troppo da non entrare nel forno. Ponetevi i pomodorini, fateli cuocere sul fornello per cinque minuti con un pizzico di sale, un cucchiaio di olio extravergine di oliva ed uno d'acqua. Spegnete, aggiungete i peperoni, le cozze, le vongole, il pescespada, il pollo, la salsiccia, il chorizo, i piselli, i fagiolini.
Ripulite bene la padella usata per la preparazione del pesce e dei mitili o prendetene un'altra, sempre d'alluminio, scaldatela bene, versatevi un cucchiaio d'olio extravergine di oliva ed ungete leggermente tutta la superficie. Buttatevi il riso dopo averlo sciacquato sino a non vedere più il bianco dell'amido. Tostatelo sino a quando non risulta bollente al dorso della mano. Aggiungete il vino bianco e fatelo ridurre.
Spostate il riso dalla padella alla casseruola, aggiungete il bicchiere d'acqua con lo zafferano, il brodo, girate bene e mettete nel forno già caldo per 20 minuti, con un coperchio o con una stagnola.
Al termine, controllate la cottura. Se il riso è pronto e c'è ancora liquido, ma non dovrebbe, togliete il coperchio e lasciate ancora cinque minuti (ma non di piùWinking. Se invece il riso è troppo al dente per i vostri gusti, aggiungete un bicchiere di brodo caldo dalla solita pentola delle verdure e fate cuocere cinque minuti sui fornelli in modo da controllare più facilmente l'andamento. In generale, però, se il riso è quello giusto, se il forno è ben regolato e se tutto era ben caldo, 200 gradi per 20 minuti dovrebbero bastare.
Servite subito, curando che ogni piatto abbia una cozza con le valve ed aggiungendo una mazzancolla (che è l'unica cosa che non si cuoce con il resto). Completate con una mezza ruota di arancia e con poco prezzemolo tritato.

Qualche consiglio dal cuoco
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Il segreto di una buona paella è la cottura separata di tutti gli ingredienti. Facile, quindi, ma armatevi di pazienza.
Con i tempi che vi ho dato per il riso, è impossibile che diventi scotto, tranquilli. Semmai, dati i volumi, può restare troppo al dente. Poco male, completate la cottura al volo sul fornello, aggiungendo pochissima acqua caldissima, solo se serve ed un po' alla volta, sino a che non arrivi al punto giusto per i vostri gusti. Cosa fondamentale, non giratelo assolutamente o se lo fate, fatelo con grande delicatezza e solo una volta.
La cosa più importante per una grande paella è l'amore per la cucina e per i propri cari. Prendetevi tutto il tempo che vi serve e preparate ogni cosa con calma, senza fretta. Se vi mettete all'opera 3 ore prima (salvo le cozze e le vongole, che saranno state messe nell'acqua un po' prima), avrete tempo per chiacchierare e bere un goccio di Prosecco intanto che cucinate. La paella non viene mai bene, quando si ha fretta.
Per la paella, le padelle a saltare in alluminio, la casseruola in rame o l'apposita teglia in ferro sono fondamentali. Si tratta di cotture delicate in cui la precisione del controllo della temperatura e la perfetta distribuzione su tutta la superficie, sono importantissime.

foto Port Harcour

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Sangria . . .

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Dose per una festicciola di una quindicina di persone
(altrimenti che party è?)

* Cinque bottiglie di vino rosso di corpo, come la Barbera di migliore qualità, un Chianti, un Cannonau, un Nero d'Avola
* Mezzo litro di Prosecco extradry o dry freschissimo e spumeggiante
* Cinque stecche di cannella scelte profumatissime
* Un paio di bacelli di vaniglia
* Cinque pesche gialle sode
* Cinque arance
* Un limone
* Una ventina di chiodi di garofano
* Quattro bicchierini di Cointreau
* Quattro bicchierini di porto rosso non secco

La sangria va preparata tra le sei e le tre ore prima d'essere servita. Prima di prepararla tenete in frigorifero tutto il vino.

Pelate le pesche (a qualcuno la pelle potrebbe non piacere ed alcuni ne sono addirittura intolleranti) e tagliatele a pezzetti regolari di circa un centimetro e mezzo di lato.

Pelate a vivo le arance, poi tagliatele a rotelle di tre quarti di centimetro di altezza, poi dividete ogni rotella in quattro, togliendo i semi.

Tagliate in rotelle sottili il limone ed ognuna in quattro parti.

Mettete tutta la frutta in un cratere o in una insalatiera capace, aggiungete le cinque bottiglie di vino rosso, il Cointreau ed il Porto.

Spremete l'arancia rimasta, filtrate il succo con un colino e unite al resto.

Aggiungete i chiodi di garofano, le stecche di cannella e ponete tutto nel frigorifero, coprendo con pellicola trasparente.

All'ultimo istante aggiungete il Prosecco ben freddo.

Nota del cuoco
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Non lesinate sulla qualità delle materie prime. La Sangria è prima di ogni cosa profumo e solo gli ingredienti migliori possono soddisfare sotto questo aspetto.
Il vino non deve avere retrogusti amarognoli ne carattere eccessivo. Io ho usato la Barbera Classica d'Asti di Gianluigi Orsini (2 bottiglie) e la Barbera d'Asti Barricata (3 bottiglie) sempre di Gianluigi Orsini. La barrique è tipica di molti vini spagnoli ed allarga lo spettro odoroso della nostra stupenda bevanda.
Molte ricette usano l'acqua minerale al posto del vino bianco frizzante. Io consiglio il Prosecco Extra Dry di Le Vigne di Alice, per il suo profumo fruttato, per la grande effervescenza e per il fatto che non schiarisce la sangria come farebbe l'acqua. Ovviamente il tenore alcolico è leggermente più alto, ma non molto (mezzo litro di acqua su quasi cinque di altri alcolici non abbasserebbe comunque di molto la gradazione).
Guai a sostituire le stecche di cannella con la cannella macinata. La sangria si intorpidisce e non c'è verso di farla tornare limpida.
Il Cointreau potete sostituirlo col Grand Marnier o con del brandy (però in quest'ultimo caso perdete un po' di profumo).
Non sono d'accordo con chi prepara la sangria il giorno prima, perché la frutta diventa inguardabile. Perché i profumi siano passati al liquido, un due o tre ore sono più che sufficienti, meglio tre o quattro, ma non è il caso di superare le sei / otto ore.

la città che vorrei . . .

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Credo che ognuno di noi dovrebbe tracciare dentro di sé la sua città ideale e lavorarci per costruirla, per modificare quella in cui vive in direzione di quella in cui vorrebbe vivere. La città è una creatura dell’uomo e come tale è assolutamente modificabile. Purtroppo l’evoluzione delle città sta seguendo, dal dopoguerra ad oggi, dei ritmi di evoluzione che superano di gran lunga quelli dei propri cittadini e così ci svegliamo un mattino e non riconosciamo più i luoghi della nostra città: ma quel negozio di coloniali così grande e antico dove si trovavano le cose più strane, davvero ha chiuso? e la vecchia merceria dell’angolo, dove c’era il vero filo di qualità? Noooo? chiusa! e il panettiere che faceva le michette a mano e la vecchia trattoria casalinga dove potevi mangiare cibi fuori moda come gli ossibuchi, insieme ai camionisti che guardavano il telegiornale?. . . insieme a loro ti accorgi che sono cambiati anche gli incroci che . . . a momenti ci restavi secco, ma quando l’hanno cambiato? ? E ci sono segnali stradali nuovi che non si capiscono neanche tanto bene e ci sono rotonde da tutte le parti e quel cinema che costava due lire andarci adesso è diventato di "prima” e il vecchio parrocchiale non c’è più e se ti allontani dal centro ti scontri con nuove monumentali edificazioni che, all’imbrunire, sembrano quasi ombre mostruose aggrappate al paesaggio consueto e al posto di un prato c’è un grande parcheggio di cemento e al posto di un vecchio frutteto c’è una serie di villette nuove fiammanti e . . . insomma, piano piano, ci si abitua ai nuovi profili ma ciò che racconta l’anima di una città sono i suoi abitanti e come essi vivono i loro spazi.

La città in cui vorrei vivere è un articolato mosaico di spazi e di persone che si compone delle parti più belle di quelle che mi è capitato di conoscere. Ha le dimensioni della mia città, che permettono una mobilità tranquilla in cui l’uso dell’auto non è una necessità reale ma un vizio di comportamento di questa società. Ha l’aria tersa di una città del futuro, quel futuro nel quale tutti avremo capito che una limitazione privata diventa un bene collettivo e che un bene collettivo è anche un bene privato e se un condizionatore in casa migliora la temperatura interna peggiora tuttavia l’aria che respiriamo per le strade, dove ci passa ognuno di noi.

La città in cui vorrei vivere ha grandi giardini e grandi orti, luoghi in cui sperimentare le mani e ricordarsi del ciclo della riproduzione della natura; luoghi in cui rammentare l’esistenza del limite: certe piante in inverno da noi non crescono e se io le compro lo stesso al supermercato significa che arrivano da qualche posto lontano o che qualche artificio innaturale è stato attuato per farle crescere. L’esperienza di un orto e di un giardino, anche comuni, dove poter “calpestare le aiuole” ma soprattutto capire di cosa sono fatte le aiuole è una grande didattica di vita. Ha case spaziose, la mia città, ma non troppo alte né troppo vicine affinché la luce le possa curare in ogni ora del giorno. Quando non esisteva la grande invenzione - per carità - dell’impianto di riscaldamento le case venivano costruite con maggiore attenzione al “percorso solare”, una preziosa fonte di illuminazione e di riscaldamento di cui oggi finiamo quasi per dimenticarci, salvo quando arrivano i black-out!

La mia città ha luoghi magici di incontro: uno è il mercato, come ad Iringa, una piccola città di provincia dell’Africa orientale. Il mercato è un luogo fisso, non invade per ore un posto destinato ad altro, non paralizza a giornate la vita della città ma fa parte di essa come luogo di scambio e di incontro. Scambio le merci ma incontro le persone. Compro, acquisto, spendo, incasso chiacchiero, mi informo e creo relazioni, quelle che mi permettono di reincontrarmi l’indomani nella festosità che è l’essenza stessa di un mercato. Il mercato di Iringa come di tante altre città africane - mi vengono in mente i bazar del Maghreb - è il trionfo della creatività, dei colori, dell’allegria, dell’arte di tessere relazioni che non sono sempre e soltanto orientate alla vendita.

Un altro luogo magico è il teatro nel quale non solo accogliere la creatività che viene dall’esterno, ma nel quale sperimentare la propria, quella che qualifica l’anima di una città: un teatro che inscena le vecchie tradizioni e che sperimenta parimenti il futuro. Un teatro che non ha bisogno di passerella ma che crea per il piacere di farlo, che non si preoccupa troppo della qualità ma piuttosto della sincerità e della spontaneità della sua produzione. Un teatro accessibile che ricrei il mai sopito istinto alla rappresentazione che sta dentro ciascun essere umano, come mostra in maniera plateale un certo tipo di televisione.

Nella città in cui vorrei vivere c’è la solidarietà, che non è quella di campanile ma quella che viene dalla conoscenza dell’altro, dal vivere accanto, dal condividere gli spazi, i problemi e le occasioni di festa. E’ quella che nasce dalle piccole comunità di quartiere e che si dilata negli spazi comuni nei quali mi misuro con gli altri senza paura del colore dalla loro pelle o delle scelte che fanno. E’ una città che accoglie ogni nuovo membro, perché sa che ogni arrivo è una ricchezza che si innesta su un tessuto solido che può permettersi di cambiare il motivo della propria trama. E’ una città che aspetta e si predispone ad accogliere il nuovo perché non teme di perdere le solide radici piantate nella propria storia. E’ una città che si adopera per essere autosufficiente poiché è consapevole che in natura esistono cicli chiusi: nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si ricicla . Nella mia città i cittadini si impegnano in attività di lavoro che ricadano sul territorio e si assumono le loro responsabilità nella riduzione e nel riciclaggio dei propri scarti.

Utopia! - dirà qualcuno. Certo, ma se non si comincia dagli ideali, da dove si parte ?

città . . . puoi solo migliorare . . .


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Mi diverte a volte girovagare per la città a tutta manetta, per non vedere l'orrore e lo scempio che ne hanno fatto, una ridicolaggine immane . . .
Hanno creato una città modello "Super mercato", colma di rotatorie che sembrano caricature di circonferenza abnorme e sede stradale ridicola . . .
Modernizzazione e comfort per il cittadino, ipermercati in centro e ospedali dispersi in 100 Kmq . . .
Mi sento dannatamente preso per il culo, leggi cartelli uguali a ripetizione, cammini per le vie del centro e rischi una storta, ma pazienza io ho scarpe da montagna mi ci abituerò . . .
Vorrei andare a dargli dell'imbecille, l'hanno già fatto altri e nulla è servito . . .
Nella città dove piantano alberi sotto i lampioni, dove i parchi sono al servizio del cittadino fino ai 12 anni, poi puoi usare solo panchine e tavoli . . .
E' un'illusione ottica . . .
Spero . . .
Tante volte mi ritrovo in periferia, dove tutto è più facile, scorrevole con una pedalata leggera . . .
Finalmente arriva la via verso la campagna, là trovo un po’ di energia di periferia, ritrovi la voglia di sopportare la pena perpetua della tua città, ormai gestita dalla bruttezza e dal superfluo . . .
Non cercate parcheggi bianchi: qui si paga e zitti ! ! !
Le mie ceneri saranno gettate al vento nel mio quartiere, io sono fiero di essere di Bergamo visto che almeno la storia; quella non ce la toglie nessuno . . .
Ciao città poi solo migliorare ! ! !

un architetto . . .

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Un architetto fatto e finito, anzi, progettato e costruito, al cinquantasettesimo inverno nel punto massimo di sopportazione inforca gli occhiali, sparisce nei sotterranei, non lascia scritto niente dei, ai, suoi contemporanei. Pratica l’arte del nascondersi dentro i cunicoli che la gente usa in metrò per muoversi: rimesse, caldaie, locali tecnologici, condotti termici e altri spazi privi di sguardi vigili divorati dalle ruggini. Polvere, sedimenti ed affioramenti umidi. L’estetica della noncuranza. La manutenzione di grado-salvezza sono le linee di forza di ogni costruzione posta sotto la crosta terrestre. Sopra la terre si cresce. Sotto la terra si germina. Un architetto non parla, non progetta e non sovraccarica. Quando invece preferisce: delimita. Abita.
Un architetto fatto e finito, anzi, progettato e costruito, al cinquantasettesimo inverno fa il punto della situazione. Reperisce materiali, ricostruisce i modelli. Per non confrontarsi inventa nuovi livelli che siano indispensabili per sostentarsi. Il suo laboratorio è situato là dove nessuno è solito avventurarsi, così farà in tempo a costruire qualcosa prima che qualcuno gli dica di non provarci perché potrebbe sbagliarsi. Piuttosto che opporsi o scegliere di adeguarsi è meglio nascondersi e presentarsi dopo anni diversi e forti di una personale realtà dei fatti che matura negli spazi non contaminati, perfettamente coibentati, paralleli e diametrali, perché ci sia una vera scelta tra i piani e non ci si elimini vicendevolmente come tra spazi euclidei e lobacevskijani.
Scelte spaziali personali. Reset sugli spazi comuni. Palette di angoli generata, alienata dai default, soffocata dai preset, evoca pattern precedenti all’archetipo. Utenti che si credono programmatori ostacolano il progresso con sguardo dimesso con visuale ampia a 300 gradi sugli assi x, y, z. Io mi prendo quei 60 di visuale cieca che stanno sotto terra. Economia degli ambienti. Occupo il quarto asse: quello dei tempi. Stabilisco la mia casa. Disegno la città futura. Riqualifico gli spazi che non si utilizzano in modo efficace. Niente parchi o verde imbrigliato. Niente negozi ulteriori. Niente locali o parcheggi. Niente inaugurazioni. Niente azioni critiche. Solo abitazioni sotterranee per relazioni non istantanee, per chi si concentra in poco spazio e poco ossigeno. Le mie facoltà verbali si limitano: parlo a scatti.
Strati intorno
Sotto e sopra
Manodopera
Scavabuchi
Non mi tocca
La mia porta
Sempre chiusa
La mia casa
Sempre occulta
Una stanza
Fuori gente
Dentro tutto
Fuori niente
Dentro niente
Interesse
Già perduto
Parli troppo
Resto muto
Ami il traffico
Amo il chiuso
Io mi sposto
Non incontro
Io contorco
Non riposo
Tu sereno
Sei estremo
Io cammino
Tu cammini
Ci dividono
Dei tombini
Tu fai tardi
Non so l’ora
Luce filtra
Sto leggendo
Vado in duomo
Sottoterra
Senza metro
Passo d’uomo
Mi procuro
Tu acquisti
Siete tristi
Sono chiuso
Siete allegri
Sono neutro
Sottoterra
Come i morti
Sulla terra
Tu ti sposti
Quali costi
Quali affetti
Tu rifletti
Troppo poco
Io mi fletto
Tocco il vuoto
Tu rifletti
Troppo poco
Ma capisci
Penso troppo
Mi nascondo
Provo gioia
Mi nascondo
Sono puro
Io disegno
Dove abiti
Nel futuro
. . . .
i miei pensieri :